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Arte e immigrazione al recinto modernista dell'Hospital Sant Pau

17/04/2019

 Tra le meraviglie architettoniche di Barcellona esiste un luogo incantato chiamato Recinto Modernista (disegnato da colui che fu uno dei grandi padri del modernismo, Lluis Domenech I Montaner, anche conosciuto come Hospital Sant Pau de la Creu. All'interno di questo spazio si trova una sede dell'UAB (presso la Casa de la Convalescencia), che per il primo anno, grazie all'idea della professoressa Georgina Konstandakopoulos, ha ospitato a Marzo una residenza d'artista chiamando lo street artist Sebastien Waknine a realizzare un'opera di grande formato sul tema della crisi migratoria che sta interessando in questi ultimi tempi il Mar Mediterraneo.

 

 Il dipinto di Sebastien Waknine è un invito a guardare. I fatti drammatici a cui stiamo assistendo oggi dovrebbero spingerci a provare almeno empatia per le persone che sono morte e che stanno ancora morendo nel tragico tentativo di raggiungere il sogno di una vita migliore in un altro Paese. Dai nostri luoghi confortevoli facciamo spesso fatica a capire esattamente cosa stia succedendo in questo complesso momento storico. La maggioranza di noi non ha mai esperito la vera fame e la disperazione di non avere una casa, eppure continuiamo a leggere e a sentire di rifugiati dispersi, abbandonati in mare, e non integrati nelle società in cui arrivano.

 

  Ciò che l'Arte ci invita a fare è considerare per un secondo una realtà non nostra, ma che dovremmo essere comunque capaci di considerare, come esseri umani, capaci di compassione e disposti a cogliere ogni opportunità per pensare. L'arte non è un accessorio, è sempre stata parte integrante della storia degli esseri umani. Il nostro cervello elabora le immagini che vediamo ogni giorno come qualcosa di significativo di cui interpretiamo le figure del mondo presenti, e queste figure rappresentate da Waknine gridano e domandano aiuto, perché la loro storia è stata tragica e il viaggio che hanno affrontato è difficile da tradurre in parole.

 

 L'arte è anche uno strumento di cambiamento: l'arte può cambiare le nostre menti e metterci anche in situazioni di disagio. Ci fa sentire sentimenti che possono essere non necessariamente positivi. Ha il ruolo magico di farci considerare un'alternativa allo stato delle cose, perché ci mette in grado immaginare società migliori e può dare la speranza di un futuro diverso, o solo mostrarci il presente attuale (come Sebastien ha fatto scegliendo di esprimersi eseguendo il suo lavoro stavolta tutto in bianco e nero).

 

 Siamo in grado di metterci nei panni altrui? Riusciamo ad essere sensibili al destino di persone meno fortunate che hanno lasciato la loro patria e le loro famiglie per aspirare a una vita migliore? E siamo in grado di aiutarci l'un l'altro come esseri umani, o le decisioni politiche sono più forti di quelle morali che le nostre anime conoscono? È tempo di guardare davvero alle scene di disperazione che i media trasmettono, tempo di parlare adeguatamente di un problema che coinvolge non solo l'Italia o la Spagna, ma che in qualche modo sta interessando adesso tutto il Pianeta.

 

 È importante che le istituzioni culturali e la comunità artistica si riuniscano contro l'indifferenza per dare sensibilizzare tutti sullo stato attuale delle cose. Ognuno nel suo piccolo mondo può fare uno sforzo per sensibilizzare: leggere, parlare, discutere di simili questioni, o anche solo spendere un minuto dalla nostra routine quotidiana per fermarci ad osservare un'opera d'arte, ogni un piccolo sforzo personale in termini di riflessione aiuterà la causa dell'essere umano nel suo complesso, rendendoci persone migliori.

 

 Se volete conoscere il lavoro di Sebastien Waknine seguitelo su Instagram (https://www.instagram.com/sebastienwaknine/) e scoprirete i suoi lavori passati e recenti. Mentre per quanto riguarda l'opera in sè per sè presto sarà in una location cittadina dove potrà essere ammirata da tutti, e a posteriori messa all'asta (i proventi della quale asta saranno destinati alla stessa causa dei rifugiati).

 

 

di Diana Di Nuzzo

 

 

 

 

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