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Il diritto al voto per gli stranieri

31/01/2018

 

Di Nicola Tanno

 

 

Qual è il senso del risiedere in un paese e di non avere diritto al voto? E qual è il motivo per cui, invece, in milioni possono votare per il Parlamento italiano pur non vivendo più (o non avendolo mai fatto) nel paese di cui pure posseggono la nazionalità? Il paradosso che vivono gli italiani in Catalogna, e in generale tutti gli emigrati, è stata evidente come mai in precedenza negli ultimi sei mesi. In una situazione di enorme politicizzazione della società catalana, ci siamo stati immersi in una quantità enorme di dibattiti sul futuro paese in cui viviamo. Abbiamo discusso (e litigato) in famiglia, con gli amici e con perfetti sconosciuti in rete in favore o contro dell’indipendenza della Catalogna e successivamente riguardo alle elezioni parlamentari che si sono svolte il 21 dicembre. Eppure, pur vivendo in questa terra, pur lavorando, pagando le nostre tasse all’erario spagnolo, pur avendo molti di noi messo su famiglia e avendo una gran voglia di sentirci cittadini spagnoli o catalani, non abbiamo potuto esercitare il nostro diritto a decidere. La Costituzione spagnola parla chiaro: all’art.13 si dice che solo gli spagnoli sono titolari dei diritti di voto, a meno che non vi siano accordi di reciprocità con altri paesi, e solo nelle elezioni municipali. Ed è ad esse – nonché alle elezioni Europee – che i soli cittadini comunitari possono votare, ma se si tratta di scegliere parlamentari locali o statali, il peso dei migranti diventa nullo. 

 

Ora, tra pochi giorni milioni d’italiani sparsi per il mondo riceveranno una scheda per partecipare alle elezioni parlamentari nonché, in tal modo, di dare il proprio contributo politico ad un paese in cui non vivono. È certamente bello che lo Stato di cui facciamo parte si preoccupi della nostra opinione a tal punto da aver creato la figura – poco comune a livello internazionale – di un censo esclusivo per gli emigrati nonché di deputati e senatori direttamente rappresentanti di chi ha lasciato la penisola per cercare fortuna altrove. Ma è paradossale poter eleggere deputati e senatori che potrebbero avere un peso decisivo per il futuro Governo italiano (come dimenticare il senatore Pallaro che tenne in piedi il Governo Prodi per due anni) e non poterlo fare in Spagna, per un Congresso dei Deputati le cui decisioni pesano molto di più sulle nostre vite.

 

L’origine di questa contraddizione ha a che fare con una ormai desueta visione di cittadinanza, lo ius sanguinis, ovvero il fatto di ottenerla per via ereditaria dai genitori e che fa in modo che nipoti e pronipoti di italiani emigrati in Argentina la abbiano, al contrario di bambini nati e cresciuti in Italia. Storture di questo tipo avvengono pure in Spagna, dove il conseguimento della cittadinanza, che ci consentirebbe di godere di tutti i diritti politici, implica al rinuncio di qualunque altra, a meno che (e qui di cade abbondantemente nel ridicolo) non sia di ex- colonie dell‘ “Impero”: paesi del Sud America, Filippine, Guinea Equatoriale. 

 

Non avrebbe molto più senso svincolare il diritto al voto dalla cittadinanza e fissare dei criteri temporali – un tot di anni di residenza – per diventare possessori del diritto a votare e a candidarsi in tutti i tipi di elezioni? E a voler rispettare il criterio di reciprocità, non potrebbe essere l’Unione Europea a farsi promotrice di un trattato che garantisca in tutti i paesi criteri omogenei per l’accesso ai diritti politici? Non si tratterebbe di un caso isolato: nell’Uruguay – un paese che ha vissuto grandi ondate migratorie – il voto è garantito dopo 15 anni di residenza. In Cile, questo periodo è addirittura soli 5 anni. In Nuova Zelanda – in quello che è il caso di maggiore apertura al mondo verso gli immigrati - il diritto al voto è garantito a tutti i residenti a prescindere dal possesso della cittadinanza. In Catalogna vi è chi ha posto il tema: VotXTothom, Plataforma pel dret a vot de les persones estrangeres è la piattaforma che spinge per legalizzare il voto e la candidatura degli stranieri in tutte le elezioni. Per una migliore democrazia, sarebbe il caso di dargli una mano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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