La mafia del butano e i “butaneros“ di Barcellona

Abdul è un sorridente e gentile signore pakistano. Vive a Barcellona e lavora alla Clipagas Distribuidora, un'azienda catalana dedita alla commercializzazione delle popolari “bombonas de butano Repsol” (bombole di gas). Quando lo conobbi, qualche anno fa, era un semplice aiutante. Io ero suo cliente, gli elargivo cospicue mance, ed a cambio, ogni volta che rimanevo a secco di butano, con uno squillo al cellulare il mio dealer di energia economica in poche ore giungeva sotto casa.


Oggi potremmo dire che ha cominciato a fare carrierra: ha scalato un paio di gradini aziendali sino ad occupare il ruolo di distributore responsabile di zona. Questo significa che ora Abdul guida uno sgangherato camion carico di “bombe” arancioni da 18 chili di gas butano -l'energia più inquinante ma anche meno costosa dopo l'ormai desueto carbone-. Sono solo bombole di gas, ma a vederle tutte assieme, accatastate nei cassoni, mi ricordano le bombe che si vedono nei documentari sulla Seconda Guerra Mondiale. Forse per questo l'uso del butano mi sembra tanto fuori luogo o quantomeno incoerente con le aspirazioni di Barcellona ad erigersi in emblema di eco-smart city.


Agli albori del 2018, Abdul trasporta queste “bombe” arancioni dal deposito Clipagas alle nostre case e negozi fra il Clot e l'arco di Trionfo, poi giù fino alla Villa Olimpica: la sua zona, mi spiega. Mi stupisce pensare che oggi i 18 chili di butano mi costino meno di quanto li pagassi quattro anni fa.


Da sempre incuriosito dal continuo e imprevedibile saliscendi del prezzo del butano, ho chiesto al simpatico Abdul da cosa dipendessero le variazioni del valore di mercato di questo benedetto gas. Mi ha risposto con gesti vaghi e molti sorrisi, poi mi ha finalmente confessato che il prezzo fluttua per via del mercato, ma soprattutto per via delle doppie mance, le “propinas” aggiunte dagli “aiutanti” e quelle volontarie dei clienti. Abdul non mi chiede più mance da anni, perché lui ora ha uno stipendio, mi spiega, quindi vende le bombole quasi al prezzo ufficiale, arrotondandolo appena onde evitare le noie dei centesimi.


Ma Abdul è fortunato, si è guadagnato un posto nel paradiso dei “butaneros”; non spinge più un carretto, guida il camion di Clipagas, gli pagano uno stipendio fisso, percentuali sulle vendite e... seguridad social! Portare le bombole con il carretto è un'altra storia: niente stipendio, niente contratto, niente seguridad social. Com'è possibile? Semplice! Abdul stesso ha suo cugino sul camion. E il cugino mica lavora per Repsol o per Clipagas. È un aiutante fantasma (nel senso che per la Seguridad Social, per lo Stato, non esiste). Per chi lavora allora il “cugino” aiutante? E chi lo paga? Come si paga l'uomo del carretto, l'aiutante fantasma senza contratto né permesso di soggiorno né diritti; quello che carica e scarica le bombe arancioni da 18 chili, le porta su al terzo, quarto, quinto piano con o senza ascensore?


Si paga con la percentuale che ogni carrettista aggiunge al prezzo ufficiale della bombola. Due, tre euro fissi, più la volontà del cliente. In questo modo il prezzo della bombola lievita dai quattordici ai sedici, diciassette, forse diciotto euro. Il “cugino” paga poi il prezzo di base ad Abdul e s'intasca la differenza. Così Abdul fa partecipe il cugino della propria ascesa aziendale: lo aiuta a guadagnare qualcosa, ma soprattutto vende più bombole, aumentando la percentuale sulle vendite che gli paga Clipagas. Si, buono per me, ma bisogna aiutare il compaesano -dice Abdul sorridendo-. Anch'io ho cominciato così. Senza NIE, senza stipendio, solo mance.


Ora capisco perché correva da me appena lo chiamavo al cellulare e si preoccupava che non perdessi il suo numero, accidenti. Ma tutti questi cugini, tutto questo scarrettare bombole, queste percentuali aggiunte al vero prezzo della bombola, queste ulteriori mance, percentuali sulle percentuali, tutto questo si chiama lavoro nero. Senza diritti, senza protezioni sociali né mediche. Così come il lavoro silenzioso dei lavapiatti nei bar e ristoranti del centro; come quello delle signore delle pulizie nelle case e ville di Sarrià-Sant Gervasi.


Nel caso dei tanti cugini di Abdul che ho visto passare in questi anni, bisogna aggiungere che, oltre ad essere umiliante per loro, la rivendita di bombole di butano a prezzo maggiorato è un aggravio anche per il cittadino che paga più cara l'energia indispensabile per riscaldare la casa e cuocere il cibo. Alla Clipagas non ne sanno nulla, evidentemente. Le bombole si vendono e i clienti sono soddisfatti. Per loro tutto va bene nel migliore dei mondi.


Ne chiedo conferma all'amico Abdul che sorride e mi dà una pacca sulla spalla, osserva il cellulare che squilla e mi saluta: un cugino ha venduto tutte le bombole, in fondo a calle Marina; deve andare a portargliene altre, che il tempo è denaro. E allora via col camion! Cataclang, cataclang, butano!!!!



di Manuel Ciarleglio




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